Gli Amanti – olio su tela di R. Magritte – 1928
«C’è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il
visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento
decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra visibile nascosto e
visibile apparente.» - Rene Magritte
Che cosa è l’amore? E’ un
fatto individuale o investe aspetti di natura sociale? E se sì, che influenza
ha la società anomica sulla capacità di amare degli uomini? Dal punto di vista
biochimico possiamo affermare che l’amore garantisce la sopravvivenza della
specie mediante una serie di ricombinazioni continue del DNA, cosa che assicura
la sussistenza di una continua e necessaria variabilità genetica.
Il sesso, di conseguenza,
diventa lo strumento atto a garantire la discendenza della specie. L’amore è ontologicamente
un sentimento fondamentale, supportato dal meccanismo biochimico che gestisce i
complessi stadi emotivi degli individui ed è localizzato e gestito in una
specifica area del nostro cervello conosciuta come nucleo accumbens.
Questa struttura
cerebrale sovrintende il nostro sistema di premialità, determinando gli stimoli
piacevoli e tutta l’energia positiva che ci caratterizza, mediante la quale,
riusciamo a sentire gioia, contentezza, piacere dei successi, euforia sino alla
sublime estasi di un bacio.
In ogni emisfero
cerebrale risiede un nucleo accumbens, la complessa area celebrale
regolatrice del senso di piacere, del consolidamento delle cose che
apprendiamo, dell’euforia fino alla garanzia di sussistenza di un intero
sistema motivazionale che ci porta a vivere ogni giorno i piaceri del nostro sé
bios interrelato con il nostro sé psichico all’interno dell’ambiente in cui
siamo inseriti e con cui interagiamo.
Gli ultimi studi delle
neuroscienze hanno dimostrato, però, che a questa specifica struttura cerebrale
non sono legate solo le esperienze piacevoli, bensì essa coordina anche gli
scenari avversi inducendo gli stimoli necessari ad eludere situazioni che
possono determinare disagio.
Il nucleo accumbens
risulta fortemente connesso al sistema limbico, connessione garantita mediante
la sua parte esterna detta shell che regola il livello di dopamina,
serotonina ed altri neurotrasmettitori la cui concentrazione è strettamente
legata agli stati emotivi individuali.
Lo shell avvolge
la zona centrale detta core, che determina, a sua volta. il set dei
movimenti connessi alle emozioni. Questa struttura complessa ci aiuta a
pianificare e valutare situazioni, facilitare l’apprendimento, la comprensione
e la memorizzazione arrivando ad influire anche sui piaceri legati a sesso e
cibo e ciò in funzione del “percorso dopaminergico”,
il neuro trasmettitore del piacere e della felicità ma, purtroppo anche della
dipendenza.
Il nucleo accumbens di fatto attiva le motivazioni dell’individuo, secondo
la topica che, definisce Rete 1 la sede
dell’euforia, del piacere e della gioia attivate dalle encefaline, mentre
l’altra e identificata come Rete 2 è
la sede della depressione, dell’ansia e insonnia, attivata dalle dinorfine.
Le strutture cerebrali innanzi descritte sono
collegate al cingolato anteriore, e
siamo così giunti alla struttura ove nasce “l’euforia
da cotta”.
A questo punto possiamo transitare,
edotti, da una fredda ed arida trattazione biochimica al legame con quello che
possiamo chiamare “amore che si avvicenda”, che parte dal primo stato,
quello dell’infatuazione, il quale a seguito di input generati da sensi
ed olfatto provoca il rilascio di dopamina,
la molecola della felicità. L’oggetto
del nostro amore diviene la nostra droga, e mentre in lui aumenta il testosterone
in lei aumenta il livello di estrogeni. La “cotta”
esplode in tutta la sua sensazionale magnificenza percettiva.
L’attaccamento è lo
stato successivo che in genere esplode nell’arco di 180 giorni dal primo
incontro, per cui alla dopamina si
aggiungono altre molecole come la feniletilamina
che amplia gli stati emotivi esaltanti.
La risultante di tutto ciò è un letterale
impazzimento d’amore dovuto alla riduzione di serotonina, regolatore
dell’umore, e qui vale il detto “l’amore
è cieco” e questo perché i complessi meccanismi biochimici limitano le
capacità di giudizio critico. Ed è qui che la fase di attaccamento si
affievolisce visto e i livelli di cortisolo, ormone dello stress, aumentano trasportandoci
nella fase della passione con rilascio di oxitocina che spinge a provare sensazioni di dolcezza e tenerezza.
Si giunge infine, all’ultima
fase di questo processo ciclico: il
bivio, durante il quale il sistema limbico valuta ansie e paure, seppur continuando
a produrre endorfine, sostanze il cui
tenore è elevato durante i rapporti sessuali e che generano sensazioni
piacevoli e di euforia, e quindi le fasi cicliche dell’amore ricominciano.
E se al bivio il processo
si blocca? L’andamento ciclico delle fasi d’amore si interrompe e irrompe la
figura dell’abbandonato/a che diventa lo stato emotivo più doloroso da gestire.
Allora i livelli di dopamina salgono vertiginosamente per cui ritorna un desiderio
ossessivo-compulsivo rivolto verso la persona amata. In molti casi il soggetto
“abbandonato” presenta dopo un breve
periodo una sindrome depressiva, spesso talmente grave da incidere con ferite
nell’anima arrivando a condizionare negativamente la qualità della vita
dell’individuo per un lungo periodo.
Ma l’amore fin qui descritto
è visto prevalentemente nell’ottica biochimica, ma esiste una via di lettura alternativa
da percorrere per comprendere il fenomeno dell’innamoramento nei suoi ulteriori
e molteplici aspetti chiedendoci “di chi”, in che “contesto” e “come” ci siamo innamorati?
È chiaro che l’amore
costituisce un evento che riorganizza interamente il nostro cervello nel
momento in cui veniamo in contatto con una persona che ci attrae Ciò pervade il
nostro sistema sinaptico, tutti i neurotrasmettitori si attivano determinando
la pulsione attrattiva, lo stato euforico, l’eccitazione ed anche l’ossessione
dell’altro. Tutto questo ci distoglie dal contatto con la realtà quotidiana
perché in maniera incontrollata pensiamo sempre a quella persona della quale
costruiamo dentro di noi un modello predittivo, finalizzato ad anticipare ciò
che penserà, ciò che potrebbe provare, quali saranno le sue reazioni agli
stimoli proposti dal nostro agire nella costante paura di sbagliare ed essere
male interpretati.
Qui nasce un grande dilemma, ed esso appare
quando il modello mentale costruito incontra la realtà. Nella maggioranza dei
casi gli scenari previsionali divergono da ciò che avviene e allora è lecito
chiedersi se di fatto noi ci innamoriamo di un’altra persona oppure soltanto dell’idea
che abbiamo costruito di essa?
I meccanismi biologici
dei vari stati connessi all’amore li abbiamo tutto sommato analizzati, e a
questo punto par d’uopo interrogarsi circa le interrelazioni tra il sé bios e
il sé psichico di un individuo nella fase di innamoramento e del ruolo che gioca
la realtà.
Ma cos’è la realtà? La si
può identificare solo con il mondo fisico? Che relazione ha la realtà con lo stato
mentale connesso ad esempio a un incubo da cui ci svegliamo riconnettendoci d’improvviso
ad un mondo ed a una realtà vissuta e abbandonata nella fase onirica. Ciò che
rappresenta la realtà a questo punto può essere definita solo individuando specifiche
condizioni psicofisiche, in un determinato contesto spazio temporale ed è
pertanto e comunque solo il frutto della
nostra immaginazione.
Ma la nostra identità
personale, così complessa specie se rapportata ai fenomeni legati alla sfera
emotiva e nello specifico quella affettiva, ha un legame comunque collaterale
con gli usi e le consuetudini sociali? una persona che fa uso di stupefacenti,
alterando il suo sé psichico, in che modo gestirà emozioni e sensazioni nei
confronti dell’altro da sé?
Gli stati di alterazione
psichica indotti da sostanze chimiche rimbalzano da individuo a individuo e il
diffuso uso specie di droghe porta solo a effimeri risultati in cui stati di
onnipotenza e superamento di ogni difficoltà si alternano a stai depressivi e
stati comportamentali patologici. Non si ama più! alterare chimicamente Il sé
psichico rende gli individui incapaci di amare e si finisce per simulare condivisione
artata di buoni sentimenti diffusi in ogni dove, finalizzati solo al vano e
inutile tentativo di manipolazione dell’altro nella speranza di rendere
invisibile il proprio stato di grave disagio e comunque trarre vantaggio dal
rapporto interpersonale.
Una nuova e diversa
realtà viene proposta a seguito della diffusione trasversale delle droghe in
tutte le fasce sociali, ma questo è solo un approccio deterministico
strettamente connesso alla diffusione di sostanze psicoattive, atte ad
attenuare il dolore di una presunta inadeguatezza alla gestione delle
interrelazioni sociali, in un contesto ove la fatica del vivere si frappone all’ossessione
di dover apparire in antitesi alla certa consapevolezza di non essere adeguati.
Allora in questo caso non
è l’alterazione chimica che determina lo stato della realtà percepita, ma è il
deficit psicologico, dalla necessità di attenuare degli effetti inconsci degli
archetipi, i modelli primordiali impressi nella matrice cerebrale, direttamente
legati ai comportamenti di specie ed in particolare nella relazione uomo-donna, con una palese
asimmetria tra il ruolo femminile del modello “cacciatore-raccoglitore” e quello maschile, oggi depauperato a
seguito del deficit di mezzi di comunicazione simbolicamente generalizzati che
l’individuo maschio non può più ostentare rispetto all’alter femmina che paradossalmente
riesce ancora ad esprimere il ruolo suo decisionale circa la scelta nel rapporto di
coppia
Tutta la struttura
sociale viene lesa da questa commistione di situazioni devianti che a livello
sociale comportano una sindrome lesiva delle relazioni tra individui, tra
individui e sovrastrutture sociali e tra le sovrastrutture stesse. E’ questa la
rappresentazione che descrive la mortale anomia sociale.
A questo punto è
necessario riportare il discorso su un piano più umano, meno vivisezionante nei
vari aspetti positivi e negativi biologici e chimici e comportamentali.
Parlo dell’agire umano
rapportato alla complessità degli stati emotivi individuali.
Utilizzerò quindi uno
strumento alquanto singolare per gestire questa transizione, uno strumento
semplice ma efficace per i suoi alti contenuti simbolici e cioè una favola, la
favola del “Piccolo Principe” di Antoine
de Saint-Exupéry.
Vi siete mai chiesti quante
volte avete detto al compagno o alla compagna “Ti voglio bene”?
E quante volte avete
usato la frase “Io ti amo”?
“Ti voglio bene” e
“Io ti amo” sono due affermazioni equivalenti? Una implica l’altra?
Rappresentano due elementi complementari o alternativi di una stessa condizione
emotiva? O sono affermazioni solo legate ai diversi stadi del ciclo dell’amore
prima descritto? E qui ci aiuta a capire la favola…….
“Ti amo”,
disse il Piccolo Principe. “Anche io ti voglio bene” rispose la rosa.
“Ma non è la stessa cosa”
rispose lui. “Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di
qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative
personali di affetto, di compagnia. Voler bene significa rendere nostro ciò che
non ci appartiene, desiderare qualcosa per completarci, perché sentiamo che ci
manca qualcosa.”
E in queste parole è
rappresentata la distanza abissale tra il sentimento del voler bene e la condizione
privilegiata di poter esprimere amore. Voler bene istaura un rapporto di aspettative
bidirezionali, si ripongono nell’altro aspettative e risposte che servono a
soddisfare unicamente nostri bisogni e necessità
Si tratta di “impossessarsi
dell’altro”, riversando e cercando un egoistico riflesso mediato della
propria immagine interiore, delle aspettative personali di affetto, di
vicinanza, di compagnia ed anche di condivisione. Tutto quanto l’agire è
finalizzato a rendere nostro, specie a livello interiore, ciò che non ci
appartiene e voler quindi appagare il nostro desiderio di completamento
desiderando qualcosa sempre desiderato e che ci manca e che vedi riflesso
nell’altro e tu vuoi e pertanto devi appropriartene.
Voler bene diventa quindi
uno stato in cui “attaccarsi ad una
persona” viene attuato in funzione dei propri bisogni e nell’impulso di
soddisfacimento delle nostre necessità. A causa della singolarità autoreferenziale
che contraddistingue ogni individuo, difficilmente le condizioni di
soddisfacimento reciproco nella condizione del “volersi bene”, costituiscono un modello stabile per cui esiste la
probabilità che il rapporto di coppia diventi asimmetrico e quindi se le
aspettative riposte nell’altro non sono ricambiate in maniera soddisfacente,
paradossalmente ci sentiamo delusi ed inadeguati.
Amare è un rarissimo
stato di grazia che dona la capacità di vedere il mondo con gli occhi
dell’altro, desiderare il meglio per l’altro anche se le motivazioni dell’agire
sono all’opposto.
Amare è permettere
all’altro di essere felice, anche quando le condizioni di vita conducono a
percorsi diversi. E’ un sentimento disinteressato che nasce dalla propensione a
donarsi nei confronti della persona amata, pertanto l’amore non può essere
fonte di sofferenza così come avviene nella condizione di voler bene ad un
altro.
L’assenza di dolore
nell’amore è determinata dal fatto che non ci si aspetta nulla in cambio, il
sentimento esiste per il sublime e puro piacere di donare la propria
interiorità assoluta all’altro.
Questa profonda
condizione dell’essere parte però dal fatto che si può amare solo chi
conosciamo profondamente perché amare significa affidare all’altro da sé la
propria vita e la propria anima in modo assolutamente disinteressato. La
conoscenza dell’altro diventa un elemento fondamentale, poiché il “salto nel buio” determinato dalla
meravigliosa condizione di provare amore, non prevede condizioni di
restituzione e risarcimento di ciò che ha un valore assoluto e cioè l’anima
ceduta.
La conoscenza dell’altro
significa sapere delle sue gioie e dei suoi dolori, degli stati di euforia e di
sconforto, dei suoi successi e delle cadute che hanno scandito la vita
dell’altro, accettando uno stato di “sintonia
mentale” che va oltre il bene e il male, oltre il tempo e lo spazio, in un
universo fatto di gioia e felicità riflessa negli occhi dell’altro.
Ma esiste un vincolo, non
possiamo amare chi non conosciamo, perché l’amore è eterno ed unico e questo
stato prescinde inspiegabilmente da qualunque azione neuro-chimica, costituendo
uno stato comportamentale complesso e attribuibile solo a chi riesce ad avere
la fortuna di avere qualcuno da amare.
Nella società anomica la
condizione di “volersi bene” diventa
particolarmente difficile, gli assetti socioeconomici, il lavoro, l’instabilità
della famiglia determinano alterazioni di questo rapporto bidirezionale, dopo
poco tempo si rimane ambedue delusi nel rapporto di coppia.
Finita la passione
neuro-chimica si sconfina nelle aride secche delle opportunità e dei mancati
traguardi, della delusione delle aspettative e su larga scala il rapporto di
coppia subisce delle modificazioni del suo iter evolutivo andando ad intaccare
le influenze moderatrici delle consuetudini definite dal set delle dotazioni culturali
connesse al rapporto di coppia nelle specifiche realtà microeticniche.
La società globalizzata
incide su l’eterogeneità degli stati emotivi del singolo individuo che è fortemente
influenzata dagli indirizzi e dai modelli di “labeling” sociale imposti
dai mass-media.
Si privilegia la capacità
di ostentare solo l’apparenza, mentre si cerca di annullare l’interiorità,
l’intelligenza e la fantasia
Social network e format
televisivi, concorrono a condizionare il processo di definizione della propria
identità, personale ed anche sessuale specie quando si è indotti a confrontarsi
con un effimero quanto vuoto modello comportamentale che ha ragione di esistere
solo ed esclusivamente sui palcoscenici televisivi e nelle campagne
pubblicitarie.
Concludo affermando che è
ormai nulla la capacità di amare degli individui mentre è di difficile
realizzazione anche lo stato del “volersi
bene”, per cui la solitudine pervade gli uomini che non riescono più a
rapportarsi adeguatamente sia sul piano sia emotivo che su quello razionale e
quindi il dolore derivante da una percezione di realtà distorta, che non ci
piace, trova sfogo solo ed esclusivamente in varie forme di dislocazione
emotiva.
Prima di giungere allo
stato patologico della dissonanza cognitiva si tenta in extremis un recupero di
umanità e di rapporto affettivo con qualcosa che si muove, che vive e che
risponde ai nostri richiami. un qualcosa che possiamo conformare egoisticamente
alle nostre abitudini e che nel contempo non ci può contraddire né creare
problemi: quindi compriamo un cane!
Rimando alla prossima
puntata in cui analizzeremo gli effetti sociali ed individuali delle tecniche
di controllo sociale.
Ambrogio Giordano