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giovedì 23 agosto 2018

Ambiente e Pianificazione Territoriale




Ambiente e Pianificazione Territoriale

Lo sviluppo abnorme delle metropoli ed in particolare i fenomeni di degrado legati all’ urbanesimo, hanno posto in risalto nuove problematiche circa l’uomo e l’ambiente in cui vive. Si è trattato di un processo che si è evoluto di pari passo allo sviluppo del progresso socio economico moderno. I sistemi di produzione sono stati coinvolti in questa dinamica espansiva, diventando fonte di crescita e di benessere da un lato, e contemporaneamente attori  delle attuali problematiche ecologiche, ponendo in primo piano importanti interrogativi circa i danni prodotti all’ambiente dall’azione antropica. Attualmente l’umanità deve fare i conti con diversi punti di rottura causa dell’equilibrio eco-biologico quali:

·         Il pericolo nucleare: oggi l’uomo dispone di potenzialità tecniche per cancellare la propria specie e l’intero pianeta;
·         Incremento demografico: se fino ad oggi le risorse di cibo e di energia sono state sufficienti, in un futuro molto vicino potrebbero non esserlo più;
·         Alterazioni cicli biogeochimici: appartengono a questa categoria le variazioni climatiche indotte dall’attività umana, ad esempio la deforestazione,  che possono rendere invivibile il pianeta,
·         Inefficienza energetica: lo sfruttamento intensivo delle risorse energetiche può provocare il loro impoverimento, mettendo a repentaglio la possibilità di alimentazione dell’umanità.

Nel tempo, lo sviluppo della scienza ha permesso di attenuare l’ancestrale atteggiamento sacralizzante che l’uomo aveva verso la natura e si è dato credito alla corrente scientista che ha evocato l’ onnipotente capacità della conoscenza scientifica di rendere reversibili in qualunque momento le gravi alterazioni e inquinamenti prodotti dall’uomo, tragicamente dilagati fino a compromettere il delicato equilibrio tra l’essere umano e l’ambiente biofisico in cui vive.
Al riguardo, secondo il biologo e filosofo inglese Thomas Huxley:
 
“Per l’umanità, il problema per eccellenza, il problema sopra il quale  tutti gli altri poggiano e che ci interessa più profondamente di ogni altro, è lo stabilire quale posto l’uomo occupi nella natura e quale rapporto egli abbia con il mondo che lo circonda”.[1]

E’ oramai evidente che le azioni esercitate dagli individui o dai gruppi umani sull’ambiente sono legate in un rapporto di stretta interdipendenza, i cui effetti non sono sempre prevedibili.
Parallelamente appare sempre più chiaro come un mutamento dell’idea del rapporto uomo-natura, implichi inevitabilmente profonde modificazioni nei modelli di sviluppo esistenti, vale a dire nelle regole che  definiscono i sistemi economici, sociali politici e giuridici.[2]
L’attuale modello di sviluppo, mirato allo sfruttamento e  alla dispersione delle risorse, si basa su una irresponsabile sottovalutazione dell’importanza dell’equilibrio naturale e presuppone un potere illimitato di rigenerazione della natura. Le conoscenze scientifiche e i ripetuti disastri ambientali, invece dimostrano come gli interventi manipolatori siano spesso irreversibili e come le risorse si possano esaurire.
Si apre un nuovo scenario all’interno del quale l’umanità cerca il soddisfacimento dei propri bisogni cercando di minimizzare  gli impatti sull’ambiente in modo da preservarlo. L’urbanistica moderna rifiuta il concetto espansivo dei nuclei urbani  per evitare quello che è definito consumo del territorio.
Questo atteggiamento è il frutto di un nuovo approccio culturale che si fonda  sulla consapevolezza di uno sviluppo basato sul recupero della qualità  e non su modelli di crescita illimitata.
Un nuovo modello di sviluppo orientato alla conservazione si sostituisce alla  visione del dominio antropocentrico nel rapporto uomo-natura, imponendo un nuovo approccio epistemologico che coinvolge anche la pianificazione territoriale  e l’urbanistica , discipline all’interno delle quali  l’essere umano è oggi visto come parte  fondamentale di un ecosistema naturale o urbano che utilizza i principio di tali scienze per mediare il proprio rapporto con lo spazio e l’ambiente che lo circondano.
E’ questo l’ambito in cui la  pianificazione ambientale svolge un compito di fondamentale importanza poiché come ambito scientifico multidisciplinare pondera l’influenza dell’ambiente sulla vita psicologica, economica, sociale e culturale oltre che biofisica degli esseri umani.
Lo spazio fisico rappresenta il contenitore delle attività socio economiche, ma è anche specchio per l’identificazione sociale ed individuale, partendo dall’assunto che gli uomini instaurano una relazione psicologica con l’ambiente circostante, che modifica e struttura  le loro capacità percettive con una profonda influenza sulla loro identità e sul loro benessere.[3]
L’ambiente urbano o il paesaggio in cui si vive ingenera piacere o angoscia nell’individuo in funzione del modo in cui lo spazio biofisico si adatta alle specifiche necessità comportamentali. E’ un fatto socialmente rilevante che l’inserimento in un ambiente positivo stimola le relazioni tra soggetti e agevola processi di interrelazione interpersonale, riducendo o annullando forme di isolamento.
Sono questi i principi che hanno ispirato i membri  della Scuola Ecologica di Chicago[4] quali Robert Park, Ernest Burgess e Louis Wirt, che con le sue teorie ha considerevolmente influenzato la pianificazione e l’organizzazione della città, dove l’ambiente diventa elemento predominante.
Nello specifico, questi studiosi hanno cercato di creare degli spazi vitali nei quali i soggetti potessero integrarsi, quindi hanno posto al centro della loro attenzione i simboli ambientali (giardini, piazze, parchi, etc.) che permettono alla società di trasformarsi in comunità vitale. In sintesi, due sono stati i concetti sviluppati dalla scuola di Chicago degni di particolare attenzione: uno è il cosiddetto approccio ecologico all’analisi urbana, l’altro la caratterizzazione dell’urbanesimo come modo di vita.[5]
Sul piano epistemologico la pianificazione ambientale tende a ridurre ed interpretare la complessità dell’ambiente urbano, fortemente condizionato dall’azione antropica e nel contempo elemento fondamentale per la strutturazione del comportamento sociale urbano. Per far ciò viene promossa un’azione sul piano culturale tesa a far emergere una diffusa concezione dell’ambiente come valore non solo ideale, bensì un vero e proprio bene da tutelare e preservare.
Pianificazione e progettazione ambientale si trasformano in attività su base multidisciplinare volte all’ideazione di spazi ed ambienti fisici capaci di rispondere alle esigenze umane ponendo in primo piano, specie nell’attività di progettazione, qualità naturali, paesaggistiche e geomorfologiche del territorio.
Il suo campo d’attività va pertanto dal singolo vano di una casa, alle aree verdi urbane fino al territorio extraurbano. Pertanto nell’ideazione delle abitazioni si tiene conto dell’ambiente naturale cercando di integrare con il paesaggio sia l’esterno che gli interni degli edifici. Nell’ideazione degli ambienti esterni il compito della moderna urbanistica è invece quello di studiare le città ed il territorio e il loro funzionamento per progettarne lo sviluppo e correggerne gli errori in modo da rendere vivibile lo spazio urbano.
In altri termini, mentre in passato la disciplina urbanistica si è occupata essenzialmente di progettare e gestire le nuove espansioni della città, oggi tale scienza abbraccia anche la sua programmazione e gestione nel tempo, perde i convenzionali confini territoriali per guardare alla cosiddetta “città diffusa” dove il limite tra città e campagna perde il suo senso.[6]
E’ in quest’ottica che tematiche come la sostenibilità, la pianificazione territoriale, la progettazione ambientale, nonché quella delle infrastrutture sono oggi al centro dei nuovi progetti urbani a tutte le scale, compresi anche i settori turistici.
La prospettiva di riqualificare il territorio a fini turistici valorizzando il patrimonio architetturale e culturale é ormai diffusa e riguarda numerose aree italiane.
Anche attraverso l’input degli enti locali il turismo sta diventando per molti una possibilità di riscoprire sé stessi e il mondo d’appartenenza oltre che un tentativo di ristabilire un rapporto armonioso con l’ambiente.
Le forme di riqualificazione urbana sono infatti molto spesso collegate anche alla valorizzazione del territorio e, più in generale, alle esigenze di salvaguardia ambientale.
Si possono al riguardo contare numerosi interventi normativi in materia di tutela del patrimonio naturalistico, finalizzati alla creazione di parchi e riserve naturali il cui accesso viene sottoposto a regolamentazione.
 Il nesso esistente tra pianificazione urbana ed istituzione di parchi naturali può in questo caso essere analizzato attraverso lo studio della normativa in materia di parchi attraverso cui é possibile cogliere le prospettive di intervento verso la fruizione turistica all’insegna della salvaguardia ambientale, a partire dalle aree a cui si riconosce il valore di unicità ambientale
In questa direzione vanno le esigenze di controllo del territorio, le proposte di risanamento e di conservazione delle aree di interesse naturalistico e le nuove forme di attenzione culturale nei confronti di itinerari turistici che non si basino sul consumo del territorio.
Per realizzare tutto ciò in ogni fase della progettazione ambientale, è bene avvalersi del contributo dei sociologi che sono gli specialisti dell’interpretazione sociale, dei gruppi, degli atteggiamenti e dei valori della comunità.
Laddove la progettazione è partecipata, nel senso che le popolazioni su cui il progetto va ad insistere sono prese in considerazione dai committenti e dai tecnici, il sociologo trova il suo campo d’azione.
Molti sociologi sono oggi impegnati sui temi del territorio e dell’ambiente, con attività orientate alla soluzione di problemi di grande rilievo sociale, collaborando alla definizione di piani, progetti, politiche.
Il loro apporto è divenuto essenziale per approfondire tanto gli aspetti teorici, legati alla logica della progettazione del territorio e dell’ambiente, quanto quelli relativi alla ricerca sul campo, evidenziando il ruolo essenziale della collaborazione tra esperti di diversa formazione disciplinare.
In questa prospettiva, vengono analizzati quegli oggetti di ricerca, modalità di lavoro, approcci metodologici che possono costituire un proficuo terreno di lavoro comune.
In particolare, l’attenzione cade sulla pianificazione territoriale e sui processi di partecipazione, sullo studio delle percezioni soggettive e del valore simbolico e identitario di luoghi ambienti e paesaggi fino  alle politiche dei tempi ed orari che scandiscono la vita delle città comprese le progettazione degli spazi aperti pubblici, e valutazioni su interventi in situazioni di rischio.[7]
Il lavoro sulla struttura epistemologica di un progetto pianificatorio si esplica nei seguenti ambiti:

·         Metodiche di raccolta e analisi dei dati qualitativi e quantitativi
·         Contestualizzazione e interpretazione della realtà oggetto di studio
·         Scelta e applicazione di modelli teorici pertinenti
·         Concettualizzazione fenomeni complessi e interrelati
·         Stesura rapporti di ricerca e formalizzazione dati

Quanto sinora affermato dimostra la fondamentale necessità di studi e ricerche multidisciplinari per la redazione di piani programmi e progetti i quali costituiscono il mezzo per il raggiungimento degli obiettivi previsti dalle policy inerenti la pianificazione del territorio e delle città nell’ottica di promuovere lo sviluppo sostenibile e l’esaltazione delle caratteristiche socio economiche ed identitarie delle popolazioni ivi insediate.
Assume forma dogmatica l’asserzione che l’uomo modifica l’ambiente e l’ambiente modifica in forma di doppia implicazione logica la società.
In tale ottica  una scienza come la sociologia trova ampi spazi nei processi cognitivi  legati a singole entità territoriali sino a fornire modelli interpretativi di comportamenti globali. La norma  interviene per poter esplicare un’azione istituzionalmente riconosciuta garante di un corretto  modus operandi, specie in materia ambientale.
La legislazione in materia ambientale ha le sue origini nella cultura americana, nel 1969 viene infatti istituito il NEPA (National Environmental Policy Act), un regolamento che introduce la procedura di VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale) inizialmente chiamata EIA (Environmental impact assessment).
Il rapporto tra VIA e pianificazione territoriale risulta essere assai stretto poiché è possibile considerare la Valutazione di impatto ambientale come una forma di “pianificazione inversa”[8], eseguita per verifica di una progettazione. Inoltre la VIA potrebbe essere utilmente integrata nel processo pianificatorio  raggiungendo così il livello di pianificazione integrata.
La valutazione di impatto ambientale risulta dunque essere senza dubbio una procedura di controllo e verifica concettualmente praticamente fondamentale e irrinunciabile, la cui importanza oggi non può essere messa in discussione.
Di più ampio respiro, invece, risulta essere la VAS (Valutazione Ambientale Strategica).
Concettualizzata alla fine degli anni Ottanta, la VAS consiste in un processo sistematico di valutazione delle conseguenze ambientali, di proposte pianificatorie, finalizzato ad assicurare che queste vengano incluse in modo completo e considerate in modo appropriato, alla pari degli elementi economici e sociali all’interno dei modelli di “sviluppo sostenibile”, a partire dalle prime fasi del processo decisionale.[9]
Con direttiva n. 2001/42/CE del 27/06/01 (direttiva VAS) del Parlamento e del Consiglio dell’UE viene istituito l’obbligo della VAS al fine di determinare gli effetti sull’ambiente di piani, progetti e programmi definiti su scala territoriale al fine di garantirne l’attenuazione degli impatti e massimizzare compatibilità e integrazione ambientale anche durante le fasi di realizzazione e sviluppo degli stessi.
La VAS è indirizzata diversamente dalla VIA che si riferisce a singole opere o progetti, a piani e programmi generalmente complessi costituiti da più elementi integrati tra di loro di cui è necessario effettuare un’analisi ex ante, un monitoraggio in itinere e procedere ad indirizzare le linee di sviluppo generali degli stessi secondo veri e propri principi strategici.
Pertanto la VAS ha senso nei contesti inerenti i processi di implementazione dei piani e costituisce pertanto uno strumento di ausilio alla decisione DSS (Decision Support System), e non si identifica in un processo decisionale a sestante.
Essa sembrava pertanto aprire una strada alla collaborazione tra sociologia e progettazione ambientale e quindi ad un recupero del ruolo professionale del sociologo in quanto ad esso si richiedeva una pluralità di interventi, da quello più specialistico, a quello di costituire un intermediario tra i tecnici coinvolti nel processo di valutazione, i decisori politici e la popolazione interessata.
                                                                                      Dott  Ing.  Ambrogio Giordano
                                                                      Pianificatore Territoriale Urbanistico e Ambientale
Ambrogio Giordano, nato a Foggia il 5/9/1961, è attualmente Dirigente Tecnico presso AMIU Puglia Spa. È laureato in Ingegneria Civile ed Ambientale, Sociologia, Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale ed ha anche conseguito un Master universitario di II Livello in Scienze Criminologiche.
Da anni si occupa di problemi inerenti l’ambiente, modelli matematici e temi sociali collegati al mondo del lavoro ed ai fenomeni di devianza sociale, collaborando con numerose Organizzazioni, Enti ed Associazioni con finalità sociali e culturali. Attualmente è presidente del comitato tecnico scientifico dell’Associazione Rinascita e Rose. Ha collaborato alla stesura di numerosi testi organizzando e presiedendo convegni inerenti tematiche legate alla filosofia, alla logica matematica e tematiche socio-economiche. Tra i suoi interessi: la filosofia, la logica e le scienze sociali. Molti dei suoi scritti sono rintracciabili su numerosi blog e sui social network.

[1] Thomas Huxley, “Il posto dell’uomo  nella natura”, Feltrinelli, 1956 (ed. originale 1956). 
[2] Catia Mazzeri, “Le città sostenibili.Storia, natura, ambiente”, Franco Angeli, 2003.
[3] Kevin Lynch, urbanista statunitense pubblica nel 1960 “Image of the city” un opera fondamentale nella strutturazione teorica della moderna urbanistica, ponendo l’accento sui processi di identificazione umani nei confronti dell’ambiente urbano in cui vive e sulla figurabilità dell’ambiente urbano. Le sue teorie sono fondamentali nella decodifica del rapporto psichico riferito alla percezione dell’ambiente e le relative immagini mentali alla base del processo di formazione della dimensione spazio temporale in un rapporto interrelato tra uomo e città. Apre la strada al tema della percezione specie quella identitaria, tema di ricerca in ambito territoriale e paesaggistico.
[4] Anthony Giddens, “Sociologia”,Il Mulino, 1994.
[5] Francoise Choay, “La città. Utopie e realtà”, piccola biblioteca Einaudi, 2011.
[6] Stefania Sacripanti, “Il valore dell’ambiente rurale. Riflessioni e casi di studio”, Cultura e dintorni Editore, 2011.
[7] Luca Davico, Maria Carmen Belloni, “Sociologia e progettazione del territorio”, Edizioni Carocci, 2006.
[8] Valerio Romani, “Il paesaggio”, Franco Angeli, 2008.
[9] Catia Mazzeri, “Le città sostenibili. Storia, natura, ambiente”, Franco Angeli, 2003.


La Consapevolezza

“La consapevolezza conduce alla vita eterna, l’inconsapevolezza alla morte.” (Buddha)


Jean Guitton, un filosofo cattolico francese, sostiene che la guarigione è nella consapevolezza;
la verità, la salvezza, la spiritualità, l’amore e il risveglio sono nella consapevolezza. 
Anthony De Mello identifica la consapevolezza con l’essere in grado di “vedere”. Vedere che cosa? “Che la collana d’oro che desideri acquistare è già intorno al tuo collo… Che il serpente che tanto ti spaventa è solo una fune per terra”. 
Consapevolezza, quindi, vuol dire guardare, osservare, ascoltare quel che si muove dentro e fuori di noi con profonda adesione, con totale presenza.
Questa attitudine ci apre gli occhi, squarcia il velo dell’ignoranza, dell’illusione e, ridestandoci, ci libera dalle gabbie mentali e dai rigidi schemi che noi stessi abbiamo creato e che ci allontanano dalla vita. Ci consente di scorgere la luna al di là del dito del saggio che ce la sta indicando; di accorgerci che siamo maestose aquile e non semplici polli o che siamo bellissimi cigni e non brutti anatroccoli.
Questo ci  fa comprendere perché Socrate ritenesse che una vita inconsapevole non sia degna di essere vissuta. In effetti, il concetto di consapevolezza si associa naturalmente all’idea della dignità, nel senso che essa aiutandoci a comprendere, ci dà la possibilità di discriminare e quindi di liberarci dei nostri comportamenti automatici e coercitivi. L’inconsapevolezza, invece, ci lascia in balia delle nostre piccolezze, dei nostri limiti, non ci permette di agire con cognizione di causa.
Se siamo inconsapevoli, subiamo le forze della vita, sopravviviamo, tiriamo avanti “passando” il tempo senza viverlo pienamente, intenti a rimpiangere il passato o a inseguire il futuro. La capacità di procedere con consapevolezza nella propria vita, ci sintonizza col presente, ci inserisce nell’incessante fluire dell’eterno presente, nel “qui e ora”: il giusto punto di partenza per porre nuove basi al nostro futuro, liberandoci del passato. Tale facoltà è definita “arte di vivere”.
Per chi ha deciso di vivere una vita degna, in stato di benessere e armonia, la consapevolezza è ciò che fa la differenza. Di cosa, allora, dobbiamo sforzarci di essere costantemente consapevoli?



a) Tanto per cominciare, dobbiamo capire che la nostra prospettiva, secondo cui siamo continuamente osteggiati dalla sfiga e vittime delle insidie altrui e della vita, è illusoria. Accettare la possibilità di avere parte attiva in tutto ciò che ci capita, può, quindi, essere un buon punto di partenza per cambiare in meglio le cose.
b) I nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri sentimenti sono forze vive e potenti, vere e proprie creature nostre – che sui piani sottili agiscono e producono effetti coerenti alla loro qualità – con cui influenziamo gli altri. La nostra presenza nella vita è caratterizzata dalle qualità che albergano dentro di noi, sotto forma di pensieri ed emozioni: odio, rabbia, rancore, tristezza, sono come veleno che mina la nostra salute e inquina la vita attorno a noi con il loro potenziale distruttivo. Praticare la consapevolezza vuol dire impegnarsi a riconoscere costantemente la qualità di ciò che ci anima, di ciò che si muove nella nostra coscienza, con l’intento di “correggere” il negativo in positivo e il distruttivo in costruttivo.
c) Abbiamo infinite potenzialità creative e, se vogliamo, possiamo dirigere sempre più le nostre vite verso la bellezza e la gioia, imparando a scegliere come comportarci, come è più giusto e non come è più semplice per noi.
d) La cosa più importante di cui essere sempre consapevoli, è che noi siamo esseri essenzialmente di origine spirituale e che abbiamo la possibilità di agire come anime, identificandoci con il meglio di noi, orientando il nostro comportamento, il nostro pensiero, il nostro sentire verso l’innocuità. Tutta l’attenzione, la dedizione e la premura che rivolgiamo a questo lavoro, determinano la forza del cambiamento in noi, che gradatamente si traduce in pace interiore e in stabile e gioiosa armonia.

Articolo di Anna Todisco
Fonte: https://www.yogavitaesalute.it/yoga-per-tutti/la-consapevolezza/
Fonte: http://wwwmyblogsky.blogspot.com/2018/08/la-consapevolezza.html

martedì 31 luglio 2018

Henri-Frédéric Amiel sull'uguaglianza

Risultati immagini per amiel 



Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'uguaglianza, che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull'uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento. 

CIT. Frammenti di Diario Intimo
[12 giugno 1871]

venerdì 13 luglio 2018

La catalogazione degli “idioti”





Georges Ivanovic Gurdjieff affermava :
”La quotidiana idiozia risiede nei dubbi implacabili, essi si insediano nell'uso comune”
Probabilmente Georges Ivanovitch Gurdjieff ha ideato la catalogazione degli “idioti”, con il famoso “brindisi agli idioti”, allo scopo di sistematizzare le caratteristiche principali della persona, il carattere distintivo della personalità, la sua maschera, l’ostacolo maggiore – e in questo sta l’idiozia – per una crescita oltre la personalità, verso la vera essenza, ciò che egli chiamava l’anima. Gli idioti catalogati sono 18, dall’ “idiota ordinario” all’ “idiota logaritmico”, ed ognuno di essi presenta una caratteristica ben definita. Verrebbe da chiedersi “ e tu, che idiota sei?”
La teoresi gurdjieffiana si presenta  una strana commistione al limite tra filosofia e psicologia, connessa a nozioni cosmologiche e chimiche, spesso lontane dalla scienza ufficiale a parte l’interesse per l’enneagramma, studiato nella sua scuola e sviluppato dopo la sua morte  dai suoi discepoli continuando nella scia della possibilità della catalogazione dell’umano agire vista la visione meccanicistica dell’uomo professata da Gurdjieff.


L’idiota ordinario
Tutto psichismo, niente essenza. Cerca conforto, evita pressioni a tutti costi. Ordinario in tutti i sensi.


Il super idiota
Pieno di emozioni. Si sente superiore agli altri. Ha molti bisogni e tutti sono più importanti di quelli altrui. Non è capace di parlare di sé, ponderare, esaminare, pensare in modo razionale. Passa sopra tutti e tutto. Ha dei frequenti squilibri emozionali e la sua volontà è l’unica ad essere ubbidita.


L’arci-idiota
Segue la routine come un orologio. Totalmente prevedibile ma non fidato, a meno che si prendano delle precauzioni contro le sue debolezze e abitudini. Non riesce mai a finire qualcosa.


L’idiota senza speranza (disilluso)
Si prende pena solo di sé stesso, è incapace di vedere la sofferenza altrui.


L’idiota compassionevole
Si prende compassione degli altri, vede la sofferenza degli altri più grande della propria e non riesce ad aiutare se stesso. Tende a negarsi personalmente o nulla.


L’idiota strisciante
Non ha pietà di sé né degli altri. Non accetta aiuto e quando questo gli è dato, si sente a disagio e colloca una maggiore distanza fra lui e la fonte di aiuto.


L’idiota scatolato
Coglie lampi di verità, ma non cambia nulla dentro di sé. Incomincia a vedere, ma non ha volontà, è restio o incapace di avere un obiettivo reale.


L’idiota totale
Vede il proprio “io” reale e lo riconosce come un semplice cumulo di abitudini inconsce. Si vede vorticare nel ciclo della vita e dell’esistenza e può avvertire i risultati di un lavoro incessante e ripetuto. Tuttavia, nonostante sia totalmente cosciente di sé in quanto essere essenziale, non può agire veramente.


L’idiota a zig-zag
Inizia una lotta disperata per liberarsi dalla oppressione della mente. Costui è dominato dai bisogni sociali e culturali, ma la lotta ha avuto inizio. Si muove da un lato all’altro a zig-zag perché non riesce ad andare in linea retta per via del suo psichismo. Solo la battaglia attira la sua attenzione. Dimentica tutto il resto


L’idiota illuminato
Conquistata la libertà, si è liberi dalle sofferenze e dalle esigenze della psiche. È in uno stato di essenza attiva, ma è alla ricerca della scelta di una via.


L’idiota che dubita
Anche se è libero dalle esigenze della psiche, l’universo è infinito e inconoscibile. “Quella formichina sono io! La libertà stessa ha i suoi limiti!”


L’idiota imbecille
Rifiuta la fuga e la liberazione personale, e si rivolge al mondo per ottenere potere e riconoscimento, condividendo con altre persone, ma alla sua maniera e nei suoi termini. Desidera essere il signore del mondo.


L’idiota capace
Talentuoso e dotato di una mente fortemente sviluppata, è capace di fare e agire senza dover pensare o dare troppe spiegazioni. È un artigiano o un artista.


L’idiota benevolo
È capace di aiutare gli altri in modo concreto e allo stesso modo è capace di una vera misericordia, e non di una compassione immaginaria e inefficace.


L’idiota immobile
Non cerca di fuggire né di avvicinarsi alla fonte di aiuto. È capace di ricevere e canalizzare gli aiuti dalle fonti e dai poteri superiori.


L’idiota al quadrato
Deliberatamente crea ostacoli e pressioni insormontabili.


L’idiota al cubo
Sviluppa la coscienza di sé, creando deliberatamente ostacoli e pressioni per le altre persone, malgrado il suo desiderio di pace e di quiete.


L’idiota logaritmico
Deliberatamente crea il paradosso di tentare di trasmettere la conoscenza agli altri. Tenta di guidarli attraverso il Corridoio della Follia, sapendo che è impossibile aiutare là nelle profondità dei loro ‘io’.


Fonte:
(si ringrazia la rivista portoghese “Tentaculo”, da cui è estratto questo scritto)
Integrazioni:
Ambrogio Giordano
Link:
https://viaggiatoreindaco.blogspot.com/2018/07/il-sig-g-e-la-scienza-degli-idioti.html
http://altrarealta.blogspot.it/
http://rinascitaerose.blogspot.com/

lunedì 9 luglio 2018

Ecosistemi, Tecnosistemi e Teoria dell’Artificiale


Ecosistemi, Tecnosistemi e Teoria dell’Artificiale
La tradizione occidentale attribuisce alla tecnologia il ruolo di poter “costruire” nuove realtà rispetto alla natura. La tecnologia convenzionale è vista come mezzo per il controllo del mondo naturale in senso utilitaristico
Foggia, 05.07.2018 - I rapporti tra diversi ecosistemi e le reciproche influenze sulla biosfera sono strutturati e definiti dagli assetti socio-economici e tecnologici finalizzati a modelli di produzione e consumo che rappresentano in ultima istanza le finalità governanti l’agire umano da cui gli effetti dell’azione antropica sull’ambiente.
Definiamo tecnosistema una strutturazione teorica interrelativa multidimensionale: “Ecosistema fortemente mediato e trasformato da azione umana, in cui le categorie che definiscono il loro funzionamento sonno più complesse di ecosistemi in genere”. (vai al sito)
Questa definizione esprime mediante il suo contenuto semantico, una discrasia funzionale sussistente tra il tecno sistema umano rispetto all’ecosistema globale.
Dal punto di vista pratico, una obiettiva e corretta conoscenza scientifica degli ecosistemi deve essere alla base delle scelte che guidano i decisori politici nelle direttive, finalità ed obiettivi strategici per la progettazione di sistemi pianificatori territoriali, i quali nella loro diversità, rappresentano i tecnosistemi.
Essi sono identificabili come sottoinsiemi dell’ecosistema terrestre, definibile come macro sistema globale, connotato da input di flussi energetici in ingresso e relativi output di uscita.
Quanto detto definisce, nell’ottica sistemica, il dualismo ambiente-tecnosistemi dal punto di vista teoretico, un’immagine statica che non descrive una particolarità dinamica che caratterizza l’aspetto evolutivo di ogni singola parte del sottosistema.
Ogni tecnosistema tende ad evolversi in regime autopoietico, (nota 1 a fondo pagina) con il risultato di incidere fortemente sull’intero ecosistema, distorcendo e plasmando il contesto ambientale in cui è inserito in un’identità simile a se stesso, con l’obiettivo di identificarsi con l’intero ecosistema. Si tratta di uno sviluppo anomalo per cui una parte si sviluppa con la finalità di rappresentare il tutto.
Questo comportamento produce quella che è definita “la sfida ambientale della società industrializzata”, un’interpretazione in chiave agonistica di quella che dovrebbe essere invece una dimensionalità adattativa di ogni singola entità produttiva antropica.
I rapporti tra tecnosistemi non rappresentano un’unità da interpretare in senso deterministico, poiché il tecnosistema economico a sua volta si evolve, in una dimensione temporale sfasata rispetto al geosistema.
Da ciò ne consegue che gli squilibri ambientali, che caratterizzano la biosfera, tendono a manifestarsi sotto forma di inquinamenti.
Se ci riferiamo però all’ecosistema come unità funzionale ai fini dello studio dell’ambiente, per analogia studiando i sistemi tecnologici, avremo come unità funzionale i tecnosistemi.
Riferendoci pertanto alle due strutture atomiche, tecnosistemi ed ecosistemi, esse esprimono le stesse finalità funzionali: produzione, consumo e degrado. Pertanto, contenendo squilibri topologicamente rilevanti in aree geograficamente determinate, i due sistemi gestiscono l’entropia antagonista, cercando di raggiungere uno stato terminale di equilibrio, definito climax per l’ambiente naturale e tecnosistema maturo per il sistema tecnologico: “ambiente dove l’energia fluendo in un insieme di componenti tecnologici interdipendenti, trasforma e ricicla la materia”. (vai al sito)
Dall’analisi della dinamica comparata, un approccio corretto sarebbe quello in cui i sistemi tecnologici ed i sistemi ambientali naturali siano pensati come entità integrate, strutturalmente e funzionalmente alla natura.
La tradizione occidentale attribuisce alla tecnologia il ruolo di poter “costruire” nuove realtà rispetto alla natura: “…tener conto più armonicamente e in senso adattativo delle forme naturali già esistenti ed anche integrare altri tipi di influenze che nella mentalità razionalistica sono viste come molto strane.” (nota 2 a fondo pagina)
Sono pertanto definibili diverse classi di tecnologia, finalizzate a riprodurre artefatti materiali o immateriali.
La tecnologia convenzionale è vista come mezzo per il controllo del mondo naturale in senso utilitaristico, d’altro canto è oggi auspicabile una tecnologia che si relazioni all’ambiente in modo adattativo, cercando di riprodurre realtà esistenti di origine naturale.
La Teoria dell’Artificiale (nota 3 a fondo pagina) potrebbe rappresentare un modello di approccio olistico alle tematiche ambientali, ai sistemi economici, ai sistemi socioeconomici ed all’intero apparato delle interpretazioni di sistemi complessi e delle loro relazioni.
La teoria può essere sintetizzata in tredici “regolarità dell’artificiale” (nota 4 a fondo pagina) che rappresentano gli assunti base per la postulazione della teoria.
Mediante essa mondo naturale e mondo teconologico si avvicinano, l’uomo, la sua scienza e le scelte tecnologiche si uniformano a modelli che “imitano” la natura mediante tecniche e manufatti ad essi assimilabili.
Artificiali di struttura e artificiali di processo uniformano su un unico piano, modelli e scelte di produzione, consumo e degrado.
Ad esempio, la produzione di energia nucleare mediante fissione nucleare rappresenta una scelta dell’uomo, il cui impatto sull’ambiente in caso di incidenti, si sa genera inquinamenti e distruzioni irreversibili e durature spesso nei secoli.
Al processo “produrre energia atomica mediante fissione” si contrappone il processo artificialista di “produrre energia atomica mediante fusione” esattamente come fa il Sole.
Il sogno della fusione fredda di Pons e Fleischmann fu così parafrasato da Carlo Rubbia: “Certo se fosse vero Dio è stato molto buono con noi”. (nota 5 a fondo pagina)
Giuliano Preparata non la pensava nello stesso modo, anche lui dopo aver contribuito alla teorizzazione del modello standard, e ad un modello markoviano di evoluzione molecolare ha continuato con Fleischmann gli studi sulla fusione fredda dandone una interpretazione coerente con l’elettrodinamica quantistica della materia condensata.
Certamente terreno fertile per nuove ricerche per alimentare la speranza di una fonte di energia rinnovabile, pulita e praticamente inesauribile. Nell’interno del Sole, però, avviene la fusione di quattro nuclei di Idrogeno (protoni) in un nucleo di Elio, secondo una reazione protone-protone a temperature elevatissime.
Sciocchezze o nuovo rivoluzionario paradigma perso?
Tutto dipende dal punto e dal livello dell’osservazione, per indirizzare la scienza in un cammino parallelo a quello della natura, fuori da paradigmi che indirizzano l’agire umano contro la sua fonte di vita: il pianeta su cui viviamo.
La potenza della teoria dell’artificiale è data dalla versatilità e dall’ampiezza degli orizzonti epistemologici in essa inclusi, compresa la sua strutturazione logico-formale.
Utilizzando la definizione di mondo possibile, della logica modale, si afferma che: “…un elemento α è artificiale se esiste almeno un mondo possibile LO dove β possiede la proprietà PE che α riproduce”. (nota 6 a fondo pagina)
In simboli:
α = Art (β, LOi, PEj) (nota 7 a fondo pagina)
valida per i mondi possibili (nota 8 a fondo pagina) e j proprietà.
È una teoria semplice, completamente formalizzata, analizzabile attraverso gli strumenti standard della logica e basata su una sola regola: il modus ponens, lo strumento fondamentale dell’inferenza logica detta deduzione.
Quanto detto potrebbe indurre in errore, la teoria sarebbe applicabile solo a sistemi deterministici, incompatibili con la complessità che caratterizza tutte le problematiche ambientali, invece l’Artificiale sta ai temi ambientali come la Macchina di Turing sta alla teoria della calcolabilità, la risposta di Alan Turing a Hilbert circa il problema di decisione.

Ambrogio Giordano, nato a Foggia il 5/9/1961, è attualmente Dirigente Tecnico presso AMIU Puglia Spa. È laureato in Ingegneria Civile ed Ambientale, Sociologia, Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale ed ha anche conseguito un Master universitario di II Livello in Scienze Criminologiche.
Da anni si occupa di problemi inerenti l’ambiente, modelli matematici e temi sociali collegati al mondo del lavoro ed ai fenomeni di devianza sociale, collaborando con numerose Organizzazioni, Enti ed Associazioni con finalità sociali e culturali. Attualmente è presidente del comitato tecnico scientifico dell’Associazione Rinascita e Rose. Ha collaborato alla stesura di numerosi testi organizzando e presiedendo convegni inerenti tematiche legate alla filosofia, alla logica matematica e tematiche socio-economiche. Tra i suoi interessi: la filosofia, la logica e le scienze sociali. Molti dei suoi scritti sono rintracciabili su numerosi blog e sui social network.

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Nota 1 – Il termine autopoiesi è stato coniato nel 1972 da Humberto Maturana a partire dalla parola greca auto, ovvero se stesso, e poiesis, ovverosia creazione. Un sistema autopoietico può quindi essere rappresentato come una rete di processi di creazione, trasformazione e distruzione di componenti che, interagendo fra loro, sostengono e rigenerano in continuazione lo stesso sistema.
Nota 2 – John L. Casti, Anders Karlqvist, “Complexity, Language, and Life: Mathematical Approaches” – Editore: Springer-Verlag Berlin and Heidelberg GmbH & Co. K, Luglio 2012.
Nota 3 – La Teoria dell’Artificiale trova la sua sistematizzazione teorica grazie agli studi di Massimo Negrotti, ordinario di Metodologia delle Scienze Sociali presso la facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino, rappresentante dei moderni artificialisti. Egli ha istituito il Laboratorio per la Cultura dell’Artificiale “LCA”.
Nota 4 – M. Negrotti, “Artificialia – La dimensione artificiale della natura umana” – Ediz. Club Bologna, pagg. 64-66, 1995.
Nota 5 – Federico Di Trocchio, “Le bugie della scienza”, Mondadori De Agostini, 1994, pag. 134.
Nota 6 – M. Negrotti ,“Artificialia, La dimensione artificiale della natura umana”, Ediz. Cleub Bologna, pagg. 64-66, 1995.
Nota 7 – Ibidem pagg. 132-133.
Nota 8 – In logica modale dal punto di vista formale, l’insieme dei mondi possibili è un insieme W, tale che, in ogni elemento di W, ritroviamo le stesse variabili proposizionali sottoconsiderazione, alle quali, però, viene assegnato un diverso valore di verità a seconda del mondo w appartenente a W. 

Dott. Ing. Ambrogio Giordano

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